20 ore di viaggio dal Regno Unito a Grottammare: l'odissea di una giovane durante l’emergenza CoviD-19.

7' di lettura 01/04/2020 - Dopo oltre due settimane trascorse su Skyscanner a ricercare un modo per tornare a casa, sono riuscita a prendere una decisione ed ho comprato l’unico volo reperibile che era rimasto per Roma. Ho acquistato il biglietto mercoledì 18 Marzo intorno l’ora di cena, e sarei partita l’indomani alle 12.15 da Londra Heathrow.

La mia università ha sede a Bournemouth, sulla costa sud dell’Inghilterra. Città dislocata da qualunque aeroporto che non voli esclusivamente ad Alicante o Amsterdam. Perciò sapevo che il mio viaggio sarebbe iniziato in largo anticipo, per darmi il tempo di raggiungere Heathrow.

Ho lasciato casa alle 6.00 di mattina. Ero sola, con in spalla il mio zaino da viaggio preferito, una mascherina in viso, un paio di mutande e calzini, un passaporto ed un computer. Sono salita su quel taxi con una pesantezza in petto mai provata prima e con tanta paura di non riuscire a valicare la frontiera. Era un problema che mai mi ero posta nella mia breve ma intensa vita da viaggiatrice abitudinale.

Dopo 4 ore all’aeroporto, trascorse con il terrore di toccare qualcosa o qualcuno di infetto, sono salita sul volo. Ho avuto il lusso di godermi una vista meravigliosa dal finestrino dell’aereo. Eravamo a metà viaggio, ed i monti innevati passavano veloci sotto di noi, quando un passeggero dalla fila accanto alla mia chiama uno steward per chiedere aiuto. Non riusciva a respirare.

Subito dopo, un annuncio in cabina chiede se c’è un medico a bordo. Essendo al mio penultimo anno di chiropratica, mi sono sentita chiamata in causa. Nella mia testa, ripercorrevo l’esaminazione respiratoria che avrei dovuto fare nel caso in cui nessun medico si fosse alzato. Fortunatamente (più per lui, che per me), si alza un medico pronto a porgere aiuto, con una laurea già in tasca.

A questo punto della situazione, il panico generale inizia a diffondersi tra tutti i passeggeri. ‘Come gli è venuto in mente di farsi prendere una crisi respiratoria proprio durante l’emergenza CoviD-19? Non sarà mica un infetto? O magari un attacco di panico?’- queste le domande che si sussurravano tra di loro i passeggeri, mentre gli stewards stavano consegnando fogli da compilare con dati personali a tutti noi che gli eravamo seduti nel raggio di 2 metri.

Il passeggero con la crisi respiratoria viene portato nel retro dell’aereo ed attaccato ad una bombola d’ossigeno. L’aereo ha fatto una rapida discesa verso terra, che non era proprio ciò che succede normalmente nel mio volo di ritorno a casa. Non a metà volo. Infatti, pochi minuti dopo il rapido cambio di pressione, ci annunciano che si effettuerà un volo di emergenza su Milano, la zona più ‘rossa’ in Italia in questo periodo di emergenza CoviD-19.

Una volta atterrati, lasciano all’ambulanza il passeggero con la crisi respiratoria. Nel contempo, i milanesi a bordo che avrebbero dovuto prendere una coincidenza per Milano una volta atterrati a Roma, iniziano a richiedere di scendere. Uno steward, frastornato dall’unicità della situazione, risponde un sì insicuro, ponendo un precario tampone sul problema. I Milanesi, con prontezza e soddisfazione, iniziano a raccogliere i nominativi di chi volesse scendere, quando il capitano annuncia che tale operazione non poteva essere portata a fine in quanto i bagagli in stiva erano destinati ad arrivare a Roma, e non a Milano. Si scatena la giungla. I nordici, con la loro indole calcolatrice e puntuale, erano stati illusi di poter addirittura anticipare il loro rientro a casa per poi venir spiazzati così, su due piedi.

È a questo punto che una ragazza con accento milanese, alla fine dei suoi 20 anni, schizza dal sedile per scagliarsi contro lo steward responsabile delle sue vane speranze. Lui alza le mani e lei, con il tono aggressivo e sfrontato di una persona che avrebbe dovuto intraprendere chissà quante altre ore di viaggio, si siede al suo posto.

Era già trascorsa un’ora da quando eravamo atterrati a Milano, e mentre tutti ci dimenavamo per capire per quale motivo non fossimo ancora ripartiti, sale a bordo un poliziotto. Una figura che ci ha colti tutti di sorpresa. Tutti, tranne la giovane milanese che lo aveva convocato. Lui le chiede gentilmente di alzarsi e recarsi in fondo all’aereo, lontana dai 200 passeggeri curiosi e disperati.

Dopo una mezz’ora, la ragazza fa ritorno al suo sedile. Con espressione soddisfatta ma senza proferire parola, si ricompone. Una signora, con tono pacato e munita di molto rispetto, le chiede gentilmente di spiegare cosa fosse successo. La risposta ci è stata negata, in modo piuttosto scortese e maleducato. A questo punto metà aereo inizia a prenderla a parole. La sua mancanza di rispetto è stata ripagata con gli insulti di una trentina di passeggeri esausti. Era la voce di persone che erano salite su quel volo con le mie stesse paure e speranze, ad un prezzo esageratamente salato.

A questo punto mi è finito lo sguardo sugli stewards, che a loro volta osservavano lo spettacolo con le mani tra i capelli. Il mio istinto e la mia esperienza con i ritardi delle compagnie aeree, mi ha fatta alzare in piedi per cercare di riportare tutti alla realtà dei fatti. Ho tirato fuori la mia voce da donna leader, e ho chiesto a tutti di calmarsi dicendo loro che una reazione così poteva solo che tardare il nostro rientro. Non dimenticherò mai gli occhi scioccati e basiti di tutti coloro che mi hanno ascoltata. Una ragazza dall’età poco decifrabile, con tratti indiani, un passaporto inglese ma un italiano impeccabile, stava cercando di domare uomini e donne, in carriera, all’apparenza adulti, ma privi di un senso di civiltà.

Pochi minuti dopo, il capitano annuncia che saremmo partiti entro poco, dopo aver fatto rifornimento. Dopo 2 ore fermi all’aeroporto di Milano Malpensa, siamo decollati con direzione Roma. Siamo atterrati intorno le 19.00, dopo 7 ore dalla nostra partenza da Londra Heathrow e 12 ore dalla mia partenza da Bournemouth. Ho tirato un mezzo sospiro di sollievo. Mezzo, perché sapevo che mi aspettavano 3 ore di guida e 14 giorni di isolamento. Mio padre mi stava aspettando a Roma dalle 16.00 di quel pomeriggio, ed era pronto a ripartire. Sono uscita dall’aereo con il mio zaino in spalla e pochi zuccheri in circolazione. Il mio ultimo pasto risaliva alla cena del giorno prima, ma era il desiderio di tornare a casa che mi ha nutrita fino all’arrivo.

Una volta fatti i controlli, misurata la febbre all’arrivo, compilata l’autocertificazione e raggiunto mio padre nel parcheggio dell’aeroporto, siamo ripartiti con due macchine separate in direzione Grottammare (in provincia di Ascoli Piceno). Niente abbracci, niente contatti. Un freddo saluto a distanza di 5 metri e un veloce scambio di comunicazioni sulla strada che mi rimaneva da percorrere. Non era il caso di soffermarsi più a lungo, perché presto le mie energie si sarebbero esaurite.

Quei 220 chilometri di strada sono stati il mio primo lungo viaggio da autista, ed i miei ultimi metri di libertà prima di giungere all’appartamento dove mi sarei isolata. Una volta approdata nell’appartamento che mi era stato predisposto per isolamento precauzionale, ho tirato l’altro mezzo sospiro che mi era rimasto sospeso tra i polmoni. Mi sono fatta una veloce doccia, fredda, peraltro, perché ignara del fatto che la caldaia fosse spenta, e mi sono messa a letto.

Alle 2.00 della stessa notte, il piccolo guerriero che è in me si è aggomitolato nelle coperte, a stomaco vuoto e con una gratitudine mai provata prima. Ero pronta ad affrontare le 2 settimane più strane della mia vita, con tanta voglia di scrivere di questa giornata e di proseguire con il mio corso di studi tramite lezioni ed esami telematici.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 01-04-2020 alle 10:51 sul giornale del 02 aprile 2020 - 237 letture

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