Anoressia, come uscirne: storia di una sambenedettese

4' di lettura 24/04/2010 - "Avevo solo tredici anni. Ricordo ancora precisamente il momento in cui è cominciato tutto ed ho smesso di mangiare. Mi sono ammalata all'improvviso, da un giorno all'altro, ma il tarlo mi consumava già da mesi. Sono guarita in maniera altrettanto subitanea. Un giorno un mio amico mi ha fissato con gli occhi gonfi di lacrime e mi ha chiesto se intendessi morire. Da allora sono guarita, dentro. Ma ho impiegato anni per liberarmi della malattia".

Chiara è nata e vive a San Benedetto del Tronto ed ora ha più di trent'anni. Tuttavia il ricordo di quel periodo duro e infelice in lei è ancora vivo. Sotto pressione a causa di un'educazione troppo rigida e in preda alla classica crisi adolescenziale, un giorno, all'improvviso, aveva smesso di nutrirsi in maniera adeguata, arrivando a pesare 35 chilogrammi. "Anche allora - racconta - non potevo fare a meno di vedermi grassa. Volevo raggiungere la perfezione.
La cosa strana è che malgrado la debolezza causata dalla scarsa nutrizione, praticavo sport regolarmente, studiavo, a scuola andavo anche bene. Più dimagrivo e più volevo dimagrire, più soffrivo e più mi dicevo che dovevo andare avanti
". "Un giorno - continua - un mio amico mi si è avvicinato, mi ha preso la mano. Stava piangendo. Mi ha chiesto di smettere di fare così. Non so che cosa mi sia preso, ma da allora ho ripreso a mangiare. Non è stato facile. Tra alti e bassi, ho dovuto sottopormi ad un duro percorso di auto-analisi per capire qual era stata la molla che mi aveva fatto diventare anoressica. Ho avuto forza di volontà e pazienza, ma alla fine ce l'ho fatta. Certe cose lasciano un segno indelebile, dentro. Ma bisogna avere la forza di andare avanti, sempre".

Quello di Chiara è un messaggio di speranza rivolto alle giovani che si trovano ora nelle stesse condizioni, sempre più numerose, purtroppo, anche a San Benedetto del Tronto. Anoressia, bulimia, le malattie legate ai disturbi alimentari colpiscono infatti una fetta sempre più consistente della popolazione giovanile. Fortunatamente il consultorio familiare di via Manzoni è ben attrezzato e preparato ad affrontare questa tipologia di problematiche: il dottor Vincenzo Lucani, responsabile della struttura, da tempo ne studia le cause ed i percorsi da effettuare per uscirne fuori.

"Non è un caso se proprio nel tempo dell'adolescenza assistiamo - dichiara - con così tanta frequenza allo sbocciare di disturbi del comportamento alimentare come l'anoressia e la bulimia.
La pubertà costringe a fare i conti con la sessualità. L'anoressia e la bulimia indicano invece una difficoltà proprio a questo livello, rivelando l'impossibilità di far incontrare il proprio corpo con quello dell'altro. L'anoressia e la bulimia, d'altronde come altri tipi di comportamenti sintomatici, rappresentano una modalità per tentare di separarsi dalla 'presa' genitoriale. Tuttavia si tratta di una modalità di separazione patologica. Siamo davanti ad una soluzione inadeguata rispetto al compito di prendere le distanze dai genitori. Abbiamo a che fare con una falsa separazione
".

E aggiunge: "Tanto più nell'infanzia il desiderio del figlio si è limitato ad assecondare passivamente le aspettative dei genitori, tanto più in adolescenza cercherà, pur senza saperlo, di affermare il proprio desiderio come un 'desiderio contro' gli altri, come un desiderio in opposizione a quello degli altri. Gli adolescenti, invece di proiettarsi nel mondo, si servono inconsciamente della scelta anoressica e/o bulimica per tentare di affermare 'infantilmente' un falso potere sui loro genitori. Privandosi del cibo, abbuffandosene insaziabilmente, o alternando pasti inadeguati a irrefrenabili abbuffate, sfidano i genitori, li provocano, li angosciano. Senza rendersene conto mettono a rischio la propria vita per affrancarsi dalla presa soffocante dei genitori. Con i loro comportamenti in realtà rimangono legati mani e piedi alla mamma ed al babbo".

"La vera malattia di questi giovani adolescenti - conclude - non è quindi rappresentata dalla dipendenza dal cibo, quanto piuttosto dalla dipendenza insuperata dal desiderio genitoriale. Non potendo intrecciare la propria storia con quella di un vero partner, nell'anoressia-bulimia ci si accontenta di trarre piacere dal tentativo, comunque fallimentare, di controllare il proprio corpo. L'anoressia-bulimia è infatti una sorta di nuova religione tesa ad esaltare l'immagine del proprio corpo magro - si tratta infatti di una patologia conosciuta soltanto nella civiltà occidentale.

Tuttavia il progetto anoressico-bulimico è destinato a fallire inevitabilmente: o perché ci si sfinisce fino alla morte o perché si finisce, prima o poi, con il perdere il controllo sull'immagine del proprio corpo.
Il tentativo di curare, il più precocemente possibile, questi disturbi ci obbliga, dunque, a spostare l'accento dagli effetti alle cause, dallo stomaco alla mente (fatta salva la necessità di intervenire medicalmente là dove si corre il pericolo di morte). L'intervento psicoterapeutico dovrebbe essere volto a far sì che questi giovani possano disporre di un nuovo statuto del desiderio
".





Questo è un articolo pubblicato il 24-04-2010 alle 18:40 sul giornale del 26 aprile 2010 - 1984 letture

In questo articolo si parla di attualità, anoressia, lucia mosca





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