Terremoto, la tragedia sei mesi fa. La storia di Vincenzo e Debora sfollati a Porto d’Ascoli

3' di lettura 24/02/2017 - La notte del 24 agosto Debora e Vincenzo di Spelonga frazione di Arquata del Tronto, si trovavano fuori, in vacanza per qualche giorno di riposo. Ora che sono ospiti da diverse settimane dell’albergo Persico a Porto d’Ascoli la loro mente torna indietro di sei mesi esatti: “Le prime notizie del terremoto le abbiamo vissute con angoscia notevole - ricorda Debora – visto che eravamo lontani da casa.

Non si capiva dove il sisma aveva colpito ne se ci fossero state vittime. Poco dopo quando abbiamo saputo che c’erano stati danni gravi e morti abbiamo deciso di ripartire per tornare per vedere quello che era successo.” Al ritorno Vincenzo e Debora e sua suocera, hanno tirato un mezzo sospiro di sollievo quando si sono resi conto che la loro casa non aveva subito danni nella notte tragica del 24 agosto.

“La nostra casa è rimasta in piedi, solo che tutte le altre intorno erano crollate o rimaste danneggiate dal terremoto –afferma Vincenzo - dopo uno smarrimento iniziale e poi con molte difficoltà abbiamo cercato di mantenere una vita normale dormendo in un garage, senza gas, cucinando con un fornelletto e arraggiandoci come potevamo”. Sono state le scosse di ottobre e precisamente quella violenta del 30 a cambiare definitivamente le cose e la vita della famiglia. Come per altre centinaia di sfollati delle zone del sisma non c’erano più alternative. Era necessario abbandonare anche se a malincuore le zone colpite e trasferirsi in altri siti, come gli alberghi della Riviera.

“Il dispiacere è stato forte visto che la nostra casa è ancora in piedi, ma non si poteva fare nient’altro; siamo grati alla città di San Benedetto per l’ospitalità e per come si sono presi cura di noi. La nostra fortuna – prosegue Debora - è anche quella di essere testimoni di Geova e di aver potuto contare da subito sui nostri confratelli di Ascoli e San Benedetto che sono venuti spesso a trovarci per darci aiuto pratico e morale.

Dopo il grosso lavoro fatto dai soccorritori, abbiamo trovato conforto e incoraggiamento frequentando le nostre riunioni. Abbiamo bisogno anche di un aiuto spirituale in attesa di sapere come si svilupperà il nostro futuro”. Vincenzo dopo il terremoto, lavora nella seconda sede di un’azienda di Arquata ora ferma. Il problema è che l’altra sede è a Treviso e diversi giorni deve rimanere fuori.

Debora con sua suocera resta in hotel insieme ad altri 80 sfollati”. I contatti con parenti, amici e fratelli spirituali mi tirano su di morale -ammette sempre Debora – anche se la mente va spesso alla tragedia che si è abbattuta su di noi e su come le cose cambino da un giorno all’altro. A volte, mi impegno in qualità di volontaria testimone di Geova a parlare di speranza e conforto alle persone della zona. In fondo sono in tanti, anche chi non ha subito il terremoto, ad aver bisogno di ascoltare la parola di Dio. Tra l’altro aiutare altri allevia di molto il peso della situazione che stiamo vivendo”

Come per dire, fare qualcosa per gli altri fa bene a se stessi. Un particolare da non trascurare per chi vive tutto il giorno in una camera o in una hall di un albergo e non sa di preciso cosa sarà il futuro a breve della sua casa, del suo paese, del suo lavoro, cioè di quello che è stato da sempre il vissuto di una famiglia. Ora dopo il rischio scampato, c’è da reinventarsi un modo di vivere e aspettare che si concretizzi anche per loro il cosiddetto ritorno alla normalità.


di Roberto Guidotti  
redazione@viveresanbenedetto.it





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 24-02-2017 alle 15:33 sul giornale del 25 febbraio 2017 - 4017 letture

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