Giacomo della Marca: storia di un santo pacificatore e persecutore nello stesso tempo

3' di lettura 11/09/2015 - “Scherza con i fanti e lascia stare i santi” recita l’adagio molto conosciuto che mette in guardia dal deridere cose e persone che hanno a che fare con la religione. Se ne accorse lo scrittore Giordano Bruno Guerri quando fu ampiamente attaccato dalle gerarchie ecclesiastiche, qualche anno fa, quando pubblicò il libro “Povera santa, povero assassino” dove forniva una versione storica completamente diversa della vicenda di Maria Goretti. In quella occasione lo scrittore rivendicò il diritto di parlare di un fatto o personaggio noto in Italia anche se appartenente alla sfera religiosa.

Nel nostro piccolo oggi vogliamo anche noi occuparci della storia di un santo locale, al quale sono devoti moltissimi fedeli della nostra zona e cioè Giacomo Della Marca.

Giacomo fu un sacerdote francescano del XV secolo, nato a Monteprandone nel 1393 e battezzato con il nome di Domenico. Durante la sua vita Giacomo si distinse come fine diplomatico e pacificatore come nel caso delle città di Ascoli e Fermo in perenne lotta tra di loro. Abile predicatore viaggiò in lungo e in largo anche fuori dall’Italia fondando conventi e occupandosi di costruire basiliche, biblioteche, pozzi e cisterne pubbliche e forni statuti civili a undici città, scrivendo anche 18 libri.

Per le sue qualità di instancabile lavoratore al servizio della chiesa, fu chiesta la sua presenza da molti sovrani in Europa che volevano estirpare quelle che erano le eresie sui loro territori. Quello che però risulta praticamente sconosciuto alla stragrande maggioranza delle persone e non viene mai ricordato dai suoi agiografi era la sua posizione di condanna contro gli ebrei. Nelle sue prediche, specialmente nell’Italia centrale arriva “a scatenare una violenta campagna antiebraica che arriva a imporre agli ebrei di portare in pubblico un cerchio rosso sul vestito come segno distintivo, come accade a Recanati nel 1427” riporta l’enciclopedia della Treccani.it

Nella città prescelta per la predica afferma il libro “Storia degli ebrei in Italia” di Attilio Milano a pag 164 “venivano tenute delle prediche che eccitavano le emozioni popolari, affermando che tutti i mali che in quel momento angustiavano la città erano la conseguenza dell’ira divina per il persistere dell’usura ebraica: per placarla quella doveva essere debellata questa”.

Parole sinistre che sarebbero risuonate più o meno negli stessi termini in altri periodi storici come sotto il regime nazista di Adolf Hitler.

Altra caratteristica del frate fu la lotta agli eretici, cioè verso chi non seguiva i dettami della chiesa come contro il gruppo dei “Fraticelli” insediati nella Marche che combatté a più riprese. Sempre la Treccani.it al riguardo riferisce: ”Nel 1441, il 10 giugno, venne infatti nominato dal papa Eugenio IV inquisitore nelle Marche e nelle zone con esse confinanti e ancora nel 1449 esercitava questo ufficio.

Ancora una volta insieme con Giovanni da Capestrano, nel territorio di Jesi e a Fabriano, dove assistette a un rogo di fraticelli che, secondo la sua stessa testimonianza, ammorbò l'aria della cittadina per tre giorni”.

Antigiudaismo che oggi definiremmo antisemitismo e intolleranza religiosa. Caratteristiche diffuse in quel periodo, ma non in sintonia con la predicazione del Vangelo insegnata da Gesù e che se seguita probabilmente avrebbero evitato guerre e distruzioni per secoli, sino al XX secolo.

Sicuramente Giacomo della Marca ha al suo attivo azioni altamente positive per le comunità del suo tempo, ma anche responsabilità, al pari di altri inquisitori del suo tempo, di sofferenza, tribolazione e sangue innocente sparso.


di Roberto Guidotti  
redazione@viveresanbenedetto.it





Questo è un articolo pubblicato il 11-09-2015 alle 16:41 sul giornale del 12 settembre 2015 - 912 letture

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