Alzbeta, storia di una figlio rubato

27/04/2010 - Un figlio "rubato", il cuore straziato di una giovane madre che lo cerca da anni senza riuscire ad avere sue notizie. Lei, Alzbeta, di origine slovacca, vive temporaneamente a San Benedetto del Tronto. Malgrado tutto non si è mai arresa. Malgrado i silenzi, le domande senza risposta, le ricerche risultate finora sempre vane.

Un'unica grande molla propulsiva: la necessità di rispondere alla domanda che la tormenta da tempo immemorabile ogni istante del giorno e della notte, stringendole il petto fino a soffocarla: dov'è il mio bambino?
Il piccolo, frutto di un amore intenso e proibito, viene alla luce nelle strutture degli ospedali riuniti di Foggia il 24 aprile 2001. Il padre? Dopo il parto di lui nessuna traccia. Come se non fosse mai esistito. Arrivata in Italia clandestina, Alzbeta in un primo momento si sente persa. Poi tira fuori tutta la forza che ha in corpo e deicide: terrò il bambino. Adesso ha un unico grande desiderio: ritrovare suo figlio.
Proprio per questo non ha mai lasciato il Paese. E proprio per questo, tenace fino all'inverosimile, per sei lunghi anni non ha mai abbandonato la speranza. Quel bambino, dice lei, le è stato sottratto con l'inganno. Dopo il parto, il personale sanitario dell'ospedale di Foggia non le diede l'autorizzazione a portarlo via con sé. La motivazione?
Stando alle dichiarazioni dell'assistente sociale che si occupò del caso, la giovane avrebbe rilasciato il consenso all'adozione. E quindi non avrebbe dovuto vederlo mai più. Allora Alzbeta aveva solo 18 anni. E comprendeva a malapena l'italiano. La giovane ha sempre negato di aver voluto rinunciare al piccolo.
A sostegno della sua tesi, le testimonianze di amici, volontari Caritas della zona di Foggia, ginecologi che l'hanno aiutata e si sono occupati di lei nella difficoltà del momento. Trascorsi 4 anni dal parto, una volta consolidata la propria posizione nel nostro Paese, Alzbeta ha denunciato i fatti. Nel parlare della vicenda che la vede protagonista, Alzbeta, un viso dolce come il miele e gli occhi che tradiscono una maturità che supera di gran lunga l'età biologica, non riesce a trattenere le lacrime. E a fatica, non senza interruzioni, racconta per l'ennesima volta la propria incredibile storia, il suo calvario.
"Arrivai in Italia nel 2001 - racconta - per cercare lavoro. In quel periodo allacciai una relazione sentimentale con un ragazzo italiano. Rimasi incinta. Lui non ne volle sapere. In un primo momento pensai di abortire. Mi rivolsi all'ospedale civile di Termoli dove contattai un'assistente sociale. Fui sconsigliata in relazione all'aborto. Mi fu detto che c'era la possibilità di inserirmi in una speciale lista di persone che non possono avere bambini e che elargiscono soldi fino al momento del parto. Io risposi che non avrei mai dato mio figlio in adozione e che nel caso in cui non avessi abortito l'avrei tenuto con me. Mi dissero di rivolgermi a Foggia. Fui ricoverata per alcuni controlli - ero ormai all'ottavo mese - e in quel periodo venni contattata dall'assistente sociale. Mi chiese se avevo intenzione di tenere il bambino. Io le ho sempre detto di sì. Durante il periodo di permanenza alla Caritas, dalla quale venni ospitata, dissi a tutti che il bambino sarebbe rimasto con me. E anche ai medici che mi hanno avuta in cura. Dopo il parto ho allattato regolarmente il mio bambino. Aveva la carnagione chiara e gli occhi azzurri". A questo punto si ferma un attimo, non riesce più a parlare. Poi riprende.
"Dopo qualche giorno - continua - venni dimessa e non mi diedero il bambino, rimasto in ospedale in quanto un po' sottopeso perchè, dissero, dovevo prima parlare con l'assistente sociale. Il 1° maggio, in ospedale, notai che il piccolo aveva al polso un braccialetto identificativo con un nome diverso dal mio. Continuai, per i giorni successivi, ad allattarlo. Quando incontrai l'assistente sociale, mi disse che il bambino non era più mio e non lo potevo più vedere. Dopo i fatti non cercai più neppure il mio ginecologo per paura che mi potessero allontanare dall'Italia non permettendomi più di riavere il bambino. Ora sono più che mai intenzionata a riavere mio figlio e per questo nel 2004 ho sporto denuncia ai carabinieri". L'assistente sociale sostenne che nel primo ricovero del 19 marzo la giovane aveva mostrato una dichiarazione scritta con la quale precisava la sua volontà di abbandonare il neonato.
Di quella dichiarazione, dagli inquirenti, perché la vicenda è stata oggetto di indagini, non è stata mai trovata traccia. "Subito dopo il parto - ha dichiarato l'assistente sociale - la giovane è stata informata del fatto che aveva dieci giorni di tempo per riconoscere il bambino e che per fare questo avrebbe dovuto procurarsi il nulla osta da parte dell'ufficio consolare. Lei si è presentata sprovvista del documento". Alzbeta ha sempre sostenuto di non essere mai stata informata di questa prassi. E chiede, all'Italia: dov'è mio figlio?






Questo è un articolo pubblicato il 27-04-2010 alle 22:15 sul giornale del 28 aprile 2010 - 625 letture

In questo articolo si parla di cronaca, figlio rubato