Call center, l'altra faccia della crisi

3' di lettura 21/04/2010 - "Avevo aperto un negozio, con tanti sacrifici. A causa della crisi, gli affari sono andati in picchiata e sono stato costretto a chiuderlo. Ho cercato lavoro, inutilmente. Non sono riuscito a trovare nulla. Alla fine, dopo aver trasmesso il mio curriculum a varie aziende senza ottenere risposta, sono approdato in un call center di San Benedetto che opera per conto di una nota azienda produttrice di energia elettrica".

La storia di Christian, 25 anni, nato e residente in provincia di Ascoli Piceno, è solo una delle tante. Ex dipendenti di aziende chiuse a causa dei colpi inferti dalla crisi, liberi professionisti, casalinghe, giovani che si vedono sbattere in faccia le porte del mondo del lavoro, persino ex consulenti finanziari e dottori in cerca di occupazione.

I call center sambenedettesi costituiscono al momento un incredibile ricettacolo di storie diverse, ma tutte accomunate dall'esigenza di arrivare alla fine del mese. La sicurezza, anche in questo caso, non c'è. I contratti sono in genere a termine, a progetto. Niente ferie, quindi, niente malattia, niente tredicesima. E se non si produce abbastanza, si rischia di perdere il posto di lavoro. A chiedere di lavorare in questa realtà, che a San Benedetto, come ovunque, sta prendendo sempre più piede, sono per la maggior parte donne, ma anche uomini, di Ascoli Piceno e dintorni.

A partire dal 2003-2004, molte aziende della zona hanno infatti dovuto fare i conti con la recessione economica. Molte piccole-medie imprese hanno chiuso i battenti. Quelle più solide hanno dovuto invece tagliare una buona fetta del personale dipendente. E per molti, troppi, i call center di San Benedetto del Tronto hanno rappresentato l'unica, flebile speranza. "In molti casi - dichiara Andrea, 25 anni - nelle ditte dell'ascolano in cui hanno trovato lavoro moglie e marito, questi vengono posti di fronte ad una scelta: solo uno dei due, quando va bene, può rimanere. Con la crisi che c'è, uno stipendio solo di certo non basta. Lavoravo ad Ascoli Piceno in una nota azienda farmaceutica. Di recente ho perso il lavoro. Così sono stato costretto, mio malgrado, a diventare un operatore di call center".

Interpellati, tutti quelli che sbarcano in questa singolare realtà, si dicono provati dalla vita lavorativa che conducono: sempre appesi ad un filo, con il timore di perdere il lavoro ogni giorno nel caso in cui non si produca abbastanza. C'è anche da considerare il fatto che le persone contattate telefonicamente non sempre sono pronte ad accogliere benevolmente le chiamate dei call center, sempre più numerose, dalle quali sono letteralmente tempestati: energia elettrica, telefonia, internet, le offerte sono sempre più numerose e variegate. Molti, per non sbagliare, decidono di tagliare la testa al toro e di riattaccare, per non avere problemi, il telefono in faccia al malcapitato operatore. Tutto questo si aggiunge all'impossibilità per chi svolge questa tipologia di lavoro, di programmare in alcun modo il proprio futuro. Con un contratto a termine, non è infatti possibile pensare ad un mutuo per la casa, né a mettere su famiglia. Con tutto quello che ne consegue.





Questo è un articolo pubblicato il 21-04-2010 alle 09:46 sul giornale del 22 aprile 2010 - 919 letture

In questo articolo si parla di attualità, lucia mosca, crisi occupazionale





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